L’inverno scorso, un pomeriggio sono entrata in libreria.
Non è vero che i libri non si scelgono dalla copertina.
O almeno, non è sempre vero.
Quel pomeriggio dello scorso inverno, in libreria, ho visto un libro il cui titolo era “La gang dei sogni” e la cui copertina era una foto in bianco e nero di una città.
Chissà perchè, forse un qualcosa nel titolo, ma io ho immaginato si trattasse di un libro alla “I ragazzi della via Pal“; eppure quella copertina in qualche modo stovana, mi incuriosiva, e mi ha spinto ad aprire il volume per leggerne la la sinossi.

“È il 1909. Concetta, detta Cetta, e il suo figlioletto di soli sei mesi, Natale, sono ammassati su un piroscafo diretto a New York insieme a centinaia di altri migranti come loro. Scappano dalla Calabria, da un’Italia che ormai è, sì, unita, ma in cui i privilegi e i soprusi di ricchi e potenti segnano una frattura ancora troppo profonda tra loro e chi appartiene soltanto al padrone e ai campi. Ora però Cetta guarda fuori dall’oblò sporco della nave e sogna l’America. Appena sbarcati all’ufficio immigrazione di Ellis Island, nessuno capisce la lingua di Cetta e così Natale diventa Christmas. Un nuovo battesimo per una nuova vita e l’inizio di una nuova storia, fatta di speranza, di coraggio, di opportunità. E di sogni. Perché tra le strade strette e maleodoranti del ghetto italiano, nel Lower East Side, Christmas si farà un nome, sopravvivrà alle scaramucce delle gang locali, salverà la vita di una ricca e bellissima ragazza e si innamorerà di lei. Ma è un dono speciale, un dono consegnatogli alla nascita insieme al nome, che lo porterà a fondare la prima radio indipendente nella New York scintillante e luminosa degli anni Venti e a cambiare la sua vita per sempre.”

Lo scorso inverno, quando la trama di questo libro mi ha catturata, io non sapevo ancora che a Aprile sarei poi stata per la prima volta in vita mia a New York.

La Gang dei Sogni, nelle sue quasi 700 pagine, mi ha rapita.

Mi sono sentita umiliata, ma, allo stesso tempo, determinata e fiera come Cetta: sola in un paese in cui nessuno capisce la mia lingua, vengo trattata come un’appestata, eppure non mi arrendo perchè ho un sogno.
Io sogno un’esistenza migliore a New York.
Certo, non immagino che in questo luogo, per sopravvivere e sfamare la mia piccola e disastrata famiglia – io e il mio bambino, frutto di uno stupro – dovrò vendere il mio corpo. Sono ancora schiava, non del padrone della terra ma del padrone del bordello. Eppure sono libera. (Sono libera?)

E poi mi sono sentita Christmas – Natale.
Ho vissuto la povertà e l’umiliazione. Quando i compagni mi schernivano perchè mia madre era una puttana, mi sono vergognata e ho deciso di non andare più a scuola.
Ho provato a fare il bullo, a frequentare cattive compagnie, a fare il furbo ma non faceva per me e allora poi ho capito che era il senso di rivalsa animava animato ogni mio passo verso l’età adulta. Per arrivare a rivendicare – nonostante tutto – la dignità, mia e di mia madre.

Christmas che è uno dei ragazzini della foto della copertina che ha colpito la mia attenzione. Uno di quegli “scugnizzi” in bicicletta che per non essere sempre vittima, a volte si traveste da carnefice, ma quel costume non gli calza affatto.

Christmas è un piccolo eroe: un buono, ma non un vinto.
Uno determinato, che costruisce la sua fortuna a forza di impegno, qualche bugia, e una buona dose di bontà. Uno che in mezzo alla fame, nel ghetto degli immigrati di una New York degli anni ’20, non fa lo sgambetto al prossimo, ma tende una mano per tagliare insieme il traguardo della rivalsa.

E infine mi sono sentita Ruth: una bambina privilegiata, di buona famiglia e con la promessa di un futuro lucente che viene strappato via, rescisso, estirpato dalla violenza di cui si ritrova vittima.
Ruth, che diventa adolescente prima e donna poi, il cui amore è una spinta per Christmas a diventare un uomo rispettabile.
Amore corrisposto, perchè è questo stesso sentimento – ma in direzione opposta da Christmas per Ruth – che salva lei, la spinge ad abbracciare la vita e lottare per non perdersi.

Amore, violenza, fame, povertà, ribellione, sesso, orgoglio, sogni e desideri si mischiano in una trama che tiene davvero incollati al libro fino alla fine.
Ai personaggi, poi, ci si affeziona: si scoprono tutti i loro lati umani, persino quello di Sal – il protettore di Cetta.

E poi c’è New York.
La New York dei gangster con la pistola nella fondina sotto l’ascella e i completi gessati. Una New York in bianco e nero, dove le luci scintillano ma le ombre uccidono di fame, malattie, spari, violenza e ghettizzazione.

Eccola lì, era la promessa fasulla dell’America: quel sogno patinato dietro cui la gente faceva la fame e le cose più ignobili per sopravvivere. Un sogno che costava caro a tanti disgraziati in fuga da una campagna di una qualsiasi Calabria, vittime chissà di quali soprusi e violenze.

New York, dove tutto poteva essere, ma nulla era.
Anacronistico, no?
Per questi tempi moderni dove ancora (o di nuovo) ci si affida al sogno, o alla speranza, di una vita migliore – disposti a sacrificar tutto pur di arrivare..ma quando si arriva c’è davvero quella possibilità tanto agognata, o era solo un sogno di vapore?

Sono passati cent’anni, eppure le storie continuano a ripetersi.
Beh, mi piace pensare che Christmas sia un personaggio attuale, moderno: uno di quelli che nonostante tutto, ce l’ha fatta.
Che al sogno di sua madre, ci si è aggrappato e ci ha creduto, e ha fatto di tutto per realizzarlo. E alla fine, ci è riuscito.